SHIN'YA TSUKAMOTO

shin'ya tsukamoto

 

Ho iniziato a interessarmi di cinema alle scuole medie quando mio padre mi ha regalato una cinepresa. Prima di iscrivermi alle superiori avevo già realizzato sette cortometraggi. Al liceo mi sono allontanato dal cinema per avvicinarmi al teatro, che è stato per molti anni la mia passione, anche mentre ero all'università. Non ho mai frequentato scuole di cinema e teatro: all'università studiavo arte, dipingevo, a volte facevo qualche scultura, un po' di teatro per i fatti miei, ma nessun film.
Ho riscoperto il cinema quando ho iniziato a lavorare per una TV commerciale. Ci sono rimasto per quattro anni e lì ho avuto la fortuna di incontrare un direttore molto aperto, che mi lasciava molto spazio. Così ho ripreso a pensare al cinema, immaginandolo come un diretto discendente della mia attività teatrale. Gli spettacoli che scrivevo e dirigevo non erano concepiti per il teatro: si svolgevano tutti in esterni e quindi, in un certo senso, erano già cinema in potenza. Il mio primo film in otto millimetri è stato una versione cinematografica di un mio spettacolo: stesso cast, stesso materiale. Dialoghi, sceneggiatura e personaggi identici alla partitura teatrale.
L'attività teatrale mi ha insegnato a controllare tutte le fasi della lavorazione, dalla scrittura alla regia, fino ai trucchi e allo sviluppo. Solo per Hikuro - Yokai Hunter, girato dopo Tetsuo, ho seguito unicamente la regia: il film era prodotto dalla Sochiku, una major, quindi c'erano più soldi, più controlli e più impiegati. Ma con Tetsuo II: The Bodyhammer sono tornato a fare tutto da solo. Per Tetsuo era stata una scelta obbligata, poi è diventata una consapevolezza estetica.

Ho girato Tetsuo quando non avevo una lira. Quelli della TV mi avevano pagato un lavoro: 2.500.000 yen, più o meno trentacinque milioni di lire. Con quei soldi ho comprato giusto una cinepresa a sedici millimetri - naturalmente la più economica -, tre lampade, le più economiche naturalmente, e la pellicola. Poi ho convinto gli attori a lavorare gratis. Abbiamo girato, fatto tutto in gran fretta e mi sono ritrovato con la pellicola, ma senza i soldi per lo sviluppo. Così il film è rimasto fermo per un po' finché non ho avuto il coraggio di chiedere un anticipo sullo stipendio. Con l'aiuto della TV sono riuscito a pagare lo sviluppo.
Gli effetti speciali e i trucchi di Testuo sono tutti artigianali. Per le scene con i mutanti andavamo a cercare tra i rifiuti dell'emittente televisiva. C'era una specie di discarica vicino al magazzino: lattice, scarti, tubi, metallo e lamiere. Raccoglievamo la spazzatura e l’appiccicavamo direttamente alla pelle degli attori con un potentissimo scotch biadesivo. Era un collante straordinario che non cedeva nemmeno con il sudore. L'unico problema era riuscire a staccarlo alla fine delle riprese: quando abbiamo finito di girare tutti sembravano sfigurati, avevano la pelle abrasa, macchiata e irritata dai collanti. Si erano trasformati in tanti mostri, dei veri e propri Testuo.

Le scene oniriche, gli effetti speciali sono semplicemente girati a passo uno, un fotogramma alla volta, che è il mezzo più economico e barbaro per riuscire a bluffare dignitosamente.
D'altra parte a me non interessano gli effetti speciali, non voglio illudere nessuno. Il mio pubblico sa di assistere a una finzione, sa e vuole distinguere il sogno dalla realtà. La bravura del regista consiste proprio nel giocare sugli scarti tra finzione e realtà.

Qualcosa di simile si potrebbe dire a proposito della violenza nei miei film: nelle mie opere la sopraffazione, lo scontro fisico e la lotta sono finzione.
In Giappone non esiste violenza nella vita quotidiana. I film americani sono violenti e realistici perché in America un ragazzino più benissimo prendere una pistola, va a scuola e spara ai compagni. Questo non accade in Giappone dove la violenza è sistematicamente rimossa.
Gli impiegati giapponesi si alzano alla mattina, salgono su treno affollatissimo, viaggiano schiacciati uno all'altro. Vanno in ufficio e si inchinano al capo per otto, dieci ore. Poi tornano a casa e si inchinano alla moglie. Ora dopo ora accumulano un'incredibile quantità di rabbia, eppure la loro violenza è sempre trattenuta.
Per questo nei miei film la violenza si collega al potere ma contemporaneamente al sogno. La violenza è l'esasperazione di un carattere - la rabbia - rimosso e represso, che non si manifesta mai se non in forma di fantasia.

 

_________________________________________________________________________FILMOGRAFIA

  • GENSHI-SAN 1974
  • TSUBASA
  • JIGOKUSHO SHOBEN GESHUKU NITE TONDAYO 1979
  • THE PANTHOM OF REGULAR SIZE (FUTSU SAIZU NO KAIJIN) 1986
  • LE AVVENTURE DEL RAGAZZO DEL PALO ELETTRICO (DENCHU KOZO NO BOKEN) 1987
  • TETSUO - THE IRON MAN 1988
  • HIRUKO IL CACCIATORE DI FANTASMI (HIRUKO THE GOBLIN) 1990
  • TETSUO 2 - BODY HAMMER 1992
  • TOKYO FIST 1995
  • BULLET BALLET 1998
  • GEMINI 1999
  • A SNAKE OF JUNE (ROKUGATSU NO HEBI) 2002
  • VITAL 2004

 

__________SHIN'YA TSUKAMOTO HA PARTECIPATO A FILM ANCHE COME ATTORE:

  • OTAKUS IN LOVE
  • MAREBITO
  • A SNAKE OF JUNE
  • CHLOE
  • ICHI THE KILLER

 

______________________________________________________________________________________PREMI

MOSTRA D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA - PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA - IL FILM IN QUESTIONE E' A SNAKE OF JUNE

 

la parola all'esperto: ENRICO GHEZZI

tetsuo né uomo né ferro, immagine

In principio, nascosto sotto la pelle del cinema, è sempre stato il fermo-immagine. Destino fatale, che la verità della fissità del fotogramma permetta, con la tecnica elementare del ‘passo uno’, i trucchi più selvaggi e efferati, le manomissioni più incredibili della registrazione fotografica di quel che si trova sul set di fronte alla macchina. Quando non è usato per scopi puramente mimetici o per la creazione di singoli effetti o figure, il “passo uno” risulta uno dei pochi gesti filmici capaci di mantenere tracce della “situazione cinema”. In modo facile immediato sbrigativo esibito, esso opera una sorta di “discesa” nella fessura/differenza interna del cinema. Un mago ferma il treno del movimento sintetico e automatico del cinema, arresta il tempo entrando nello spazio del fotogramma, la “vita” si ferma, tutto si blocca, e una “mano tecnica” superiore, burattinaia e/o artistica inserisce dei mutamenti, in un viaggio nel tempo di portata minimale ma non per questo meno fantascientifica. Di questa “intensità tecnica” rarissima, Tetsuo (il film, ma poi tutte le varie parti e apparizioni mutanti della saga di Tsukamoto) è un esempio estremo, tra i più grandi (lo si può situare da qualche parte tra il monolito kubrickiano e l’ossessione Titanicatastrionfale di Cameron). Più che la mutazione apocalittica del personaggio, tipicamente giapponese, è la forza ‘realistica’ dell’immagine-tetsuo a formare un caso unico nella storia del cinema. La suggestione quasi cocteauiana (di un Cocteau che avesse già “letto” Cronenberg e “visto” Burroughs e Ballard, come mostra del resto tutta la filmografia successiva di Tsukamoto) della forma visibile, la potenza nietzschiano-jungeriana bellico-amorosa, la semplificazione esibita (appunto il “passo uno”, e tutti gli altri trucchi artigianalissimi messi in campo) della metallicità hardcore, la visione ‘soggettiva’ e quasi biologica da parte di una macchina che pare la versione ferrosa incrostata perversa della trasparenza attonita e onnisciente della macchina cinema stessa: è infine la visione stessa a mutare, a confessare di essere in sé una mutazione, senza bisogno di una ‘teoria’ che non sia il ripetersi ossessivo e frattale di una forma/desiderio di sé. Tetsuo non è solo un personaggio memorabile nella galleria del cinema fantastico, non è la costruzione rappresentazione narrazione di esso, ma l’ingresso in diretta nel cinema di una “cosa” preesistente a esso e indispensabile per esso. Se questo dvd documenta il dispiegarsi e il mutare della “cosa”, il gioco di Tsukamoto è già questo. Aldilà delle sue particolarità mitologiche, della forma del proprio mito, Tetsuo è l’immagine trovata dentro di sé e dentro il cinema. Uno dei rari casi in cui un’immagine (quasi “cristica”) affiora e galleggia e nuota da sola dentro il fiume o mare di immagini che sappiamo essere il cinema. Questo sorprende in Tetsuo, nel momento stesso in cui crediamo di riconoscere la sua genealogia e di assistere allo spettacolo della sua narrazione; l’artificialità della costruzione filmica del personaggio-cosa, la pesantezza del metallo e del soggetto umano, invece di sprofondare nell’infinita sovrimpressione del repertorio di babele che è il cinema, se ne affranca, diventa quel che è più raro incontrare e identificare dentro il cinema, un’immagine. Quindici anni dopo l’apparizione-tetsuo (che non a caso ha acceso la fantasia – fino al vagheggiarsi della produzione di un Tetsuo III – del grande e visionario ‘trovatore’ di immagini-mito quentintarantino), gli ultimi due film di Tsukamoto (A Snake of June e Vital) hanno infatti la capacità di porsi oltre l’ebbrezza contemporanea dell’immersione nella tessitura dell’immagine. Lussureggiante postdigitale, investendo con semplicità e precisione prodigiosa la “storia di immagini” (lo scatto/scarto fotogrammatico?) che è il corpo. “Vitale” e amoroso sarà ricordarsi “cosa” è “morto” per sempre da sempre anche in una singola immagine.

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